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02 maggio 2012

La misura della felicità

Il denaro sembra non dare più la felicità.
La danno le aspettative di futuro.

Dall’Economist del 24 febbraio: “Nonostante la tristezza dell’attuale situazione economica globale, il mondo è molto più felice di prima che la crisi finanziaria iniziasse. E’ la sorprendente conclusione di una ricerca condotta dalla società internazionale Ipsos su di un campione di 19.000 adulti in 24 paesi. Circa il 77% degli intervistati oggi si ritiene felice, è il 3% in più del 2007, l’ultimo anno prima della crisi. Il 22% (in salita dal 20) si ritiene molto felice”.
Dall’indagine si evidenzia che i mercati in rapida crescita non condividono il pessimismo dei più ricchi paesi industrializzati: ad esempio la crescita dei “molto felici” è del 16% in Turchia, del 10 in Messico e del 5 in India. Si smentisce anche un assunto della scienza politica, secondo il quale il livello di felicità cresce con la ricchezza per poi appiattirsi quando il reddito pro-capite raggiunge i 25.000 dollari circa. Degli studiosi osservavano infatti nel 2009: “Diventare ancora più ricchi non aggiunge nulla alla felicità della gente”.
E’ il crollo di un’ideologia, al punto che il premier britannico Cameron ed il presidente francese Sarkozy hanno sentito la necessità di promuovere degli studi sulla Felicità Interna Lorda.
In effetti, secondo l’indagine, i più elevati livelli totali di felicità percepita si riscontrano nei paesi poveri o mediopoveri, in par ticolare l’Indonesia (oltre il 52% di “molto felici” con un PIL pro-capite a parità di potere d’acquisto di 4.700 dollari), l’India (43% con 3.700) e il Messico (43% con 15.100).
In Australia i numeri sono 28% con 40.800 dollari, negli Stati Uniti il 28% con 48.100. Seguono nell’ordine l’Arabia Saudita, il Regno Unito, la Cina, la Germania, il Giappone, la Francia.
E l’Italia? il 13% con 30.200 dollari. In Spagna si crolla all’11%.
Cosa si può concludere? Che il denaro forse non è più capace di dare la felicità, ma lo sono le aspettative che nei vari paesi si nutrono per il futuro. Come qui da noi nel Dopoguerra.

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