Primogenita del pittore toscano Orazio, ebbe il suo apprendistato artistico nella bottega paterna, imparando il disegno, il modo di impastare i colori e a dar lucentezza ai dipinti. Mostrò ben presto un talento precoce, stimolata dall'ambiente romano in un quartiere popolato da pittori e artigiani; ricordiamo che tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento nella città capitolina lavoravano Guido Reni, i Carracci, il Domenichino, mentre Caravaggio lavorava nella basilica di S. Maria del Popolo e nella chiesa di S. Luigi dei Francesi. Fu proprio quest'ultimo, che forse conobbe personalmente, ad influenzare la giovane Artemisia, con quel realismo che ritroviamo nella prima opera, “Susanna e i vecchioni”, che fece conoscere le precoci qualità artistiche della pittrice17enne.
Fino al II° dopoguerra però Artemisia venne ricordata più per il suo processo per stupro (1611) ad opera del collega del padre, Agostino Tassi, e per l’esauriente testimonianza documentale con il crudo resoconto della Gentileschi, e per i metodi inquisitori del Tribunale per accertarne la sincerità, giunti fino a sottoporla alla “sibilla”, il supplizio che consisteva nel legare con cordicelle le dita delle mani sino a stritolarle.
Gli atti del processo, conclusosi con la condanna del Tassi, hanno ricevuto una lettura in chiave femminista negli anni ‘70,
individuando in Artemisia una figura culto sia come rappresentante del diritto all'identificazione con il proprio lavoro, sia come paradigma dell'affermazione dell'indipendenza della donna. Tutto ciò le ha fatto un grande torto, perché l'aver concentrato l'attenzione sulla vicenda dello stupro ha messo in ombra i suoi grandi meriti artistici e la sua straordinaria tecnica che predilige tinte violente con le quali ha creato magistrali giochi di luce ed ombra tendenti ad esaltare qualsiasi particolare come le stoffe e i drappeggi.
La mostra di Palazzo Reale (fino al 29 gennaio) fa giustizia di tutto ciò e assegna alla Gentileschi il posto che merita nella grande pittura del suo tempo. Il visitatore avrà modo di osservare le 50 opere esposte - “Giuditta che decapita Oloferne”, il suo quadro più famoso; Sansone immerso nel sonno e Dalida molto scollata che sta per tagliargli i riccioli bruni; “La Vergine che allatta il bambino” della galleria Palatina di Firenze; “La morte di Cleopatra”... il tutto nell'originale allestimento della regista Emma Dante.
Per la cronaca, il resto dell’esistenza della signora dalla vita spericolata è segnata da continui spostamenti, dovuti alla sua fama crescente: Londra, Napoli, tutte le corti europee ambiscono ad incontrare la bellissima artista che ormai non viene più considerata inferiore ad un uomo.
Molti sono gli amanti che le si attribuiscono e due le figlie naturali, Francesca e Prudenzia, che Artemisia educherà all'arte
e alla libertà. La sua vita terminerà (forse per peste) nel 1652 a Napoli dove, nonostante il successo riscosso in gioventù, muore sola e dimenticata da tutti.
Angelo E. Cappellini