Dal punto di vista orografico, il territorio può essere diviso in quattro zone: la vale (al di sotto del piano di campagna, è la parte naturalisticamente più ricca e interessante), la pianura irrigua, l’altopiano asciutto e le colline.
Il Ticino scorre in una valle di ampiezza crescente da nord a sud, delimitata da terrazzi di altezza variabile, il cui dislivello diminuisce allontanandosi dal Lago Maggiore.
Ancora oggi il fiume dilaga nella valle e tende a cambiare spesso il suo corso: così alcuni appezzamenti di terreno, anche di notevoli dimensioni, passano da una sponda all’altra, come nel caso del bosco della Zelata nel comune di Bereguardo. Dal Ticino si sono estratte, fino in tempi recenti, grandi quantità di sabbia e ghiaia, importanti materiali da costruzione che venivano trasportati a Milano lungo il Naviglio Grande, e in tempi più lontani quarzite e oro.
Oggi, con l’acqua del Ticino si irriga un territorio di circa 400.000 ha nelle provincie di Milano, Pavia, Novara, Vercelli. Nella parte sud del Parco, quella che interessa il territorio abbiatense, l’agricoltura è altamente progredita: le chiavi di volta dello sviluppo agricolo della zona furono dapprima i fontanili, che permisero l’introduzione delle marcite, quindi l’acqua del Ticino per allagare le risaie dopo che nel Rinascimento fu costruita la rete di canali irrigui.
Morimondo
La prima traccia della presenza dei monaci in questa zona risale al 1134, quando venne fondato a Cornate un monastero come diretta filiazione dell’abbazia francese di Morimond. Nel 1136 il monastero si trasferì nella località di Campo Falcherio, l’attuale Morimondo, in una zona strategica teatro di scontri tra Pavia, alleata dell’impero, e Milano. Le tormentate vicende belliche di queste guerre non impedirono ai monaci di realizzare una vasta opera di bonifica e di sistemazione idraulica del suolo, cui diede grande apporto l’escavazione del Naviglio di Bereguardo che consentì di aumentare la quantità d’acqua portata alle terre coltivate.
In posizione leggermente sopraelevata si trova il complesso dell’abbazia di Morimondo, tra i principali capisaldi dell’opera di colonizzazione agricola attuata nel medioevo dall’ordine cisterciense di San Bernardo.
La sua fondazione è contemporanea a quella della consorella di Chiaravalle. Le fortune dell’abbazia, cui si devono l’inizio della bonifica e la valorizzazione agricola dei territori circostanti, furono costanti fino alla metà del Quattrocento quando fu trasformata in commenda per volere di Giovanni Visconti. Il monastero fu secolarizzato ne 1799 e i monaci dispersi. I religiosi vi sono tornati nel 1952. Precede il monastero la chiesa di S. Maria, nelle cui forme traspare l’adattamento dell’originario schema delle chiese gotico-borgognone su sistemi di tradizione locale.
L’edificio, di notevoli dimensioni, fu iniziato nel 1182 per concludersi solo alla fine del XIII secolo a causa di controversie col clero locale. La facciata, dal marcato effetto cromatico, ha il consueto taglio a capanna.
L’interno basilicale è nei modi dell’architettura cisterciense; la decorazione e gli arredi, liberati nella prima metà del Novecento dalle aggiunte barocche, sono essenziali e ripetono i disposti della regola riformatrice di San Bernardo.
All’interno, l’austero ambiente della tradizione è arricchito da un affresco di Bernardino Luini, da un crocifisso del Quattrocento e dal coro ligneo del 1522, formato da 70 stalli intagliati e intarsiati da F. Giramo.
Sul fianco della chiesa si estende il chiostro quattrocentesco, che insieme alla sala capitolare merita a sua volta una visita.
Angelo Cappellini