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03 maggio 2011

L’immagine nella nostra testa

Strani effetti dell’informazione, in un libro del 1921 di un grande giornalista americano.

Nell’Oceano c’è un isola dove, nel 1914, vivevano alcuni Inglesi, Francesi e Tedeschi. Nell’isola non c’è telegrafo, ed il postale britannico a vapore la raggiunge solo ogni 60 giorni.
In settembre non era ancora arrivato, e gli isolani stavano ancora parlando di un famoso processo in corso in Francia di cui riferiva l’ultimo giornale che avevano letto.
Era dunque con particolare impazienza che l’intera colonia si riunì sul molo, quel giorno di metà settembre, per sapere dal capitano del vapore quale fosse stata la sentenza. Appresero invece che, da più di sei settimane, quelli di loro che erano Inglesi o Francesi stavano combattendo dalla parte della santità dei trattati contro quelli di loro che erano Tedeschi. Per sei strane settimane essi avevano agito come se fossero amici, ma in realtà erano nemici.
La loro situazione non era così diversa da quella di gran parte della popolazione d’Europa. Si erano sbagliati per sei settimane, mentre sul continente l’intervallo poteva essere stato di sei giorni o sei ore. Ma l’intervallo c’era stato. C’era stato un momento in cui l’immagine dell’Europa su cui la gente conduceva le sue attività usuali non corrispondeva più all’Europa che stava per sconvolgere le loro vite. C’era stato un momento in cui ciascuno era ancora sintonizzato su di un ambiente che non esisteva più.
Fino al 25 luglio, in tutto il mondo, gli uomini stavano fabbricando oggetti che non avrebbero potuto spedire, acquistando merci che non avrebbero potuto importare, progettando carriere, alimentando speranze e aspettative, tutto nella convinzione che il mondo che conoscevano corrispondesse al mondo effettivo. Gli uomini stavano scrivendo libri che descrivevano quel mondo. Essi credevano all’immagine che ne avevano nella loro mente.
Riflettendoci, ci rendiamo conto di quanto indirettamente noi conosciamo il mondo nel quale non di meno viviamo. Vediamo le notizie del mondo che ci raggiungono rapidamente o lentamente; ma in quanto le crediamo essere un’immagine veritiera, le trattiamo come se fossero il mondo stesso.
Da “Public Opinion”di Walter Lippman, New York, 1921
(traduzione di P. Solera)

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