L'Italia del Settentrione è fatta, non vi sono più né Lombardi, né Piemontesi, né Toscani, né Romagnoli, noi siamo
tutti italiani; ma vi sono ancora i Napoletani.
Oh! vi è molta corruzione nel loro paese.
Non è colpa loro, povera gente: sono stati così mal governati! E quel briccone di Ferdinando!
No, no, un governo così corruttore non può essere più restaurato: la Provvidenza non lo permetterà.
Bisogna moralizzare il paese, educar l'infanzia e la gioventù, crear sale d'asilo, collegi militari: ma non si pensi di cambiare i Napoletani ingiuriandoli.
Essi mi domandano impieghi, croci, promozioni. Bisogna che lavorino, che siano onesti, ed io darò loro croci, promozioni, decorazioni; ma soprattutto non lasciar passargliene una: l'impiegato non deve nemmeno esser sospettato.
Niente stato d'assedio, nessun mezzo da governo assoluto.
Tutti son capaci di governare con lo stato d'assedio. Io li governerò con la libertà, e mostrerò ciò che possono fare di quel bel paese dieci anni di libertà.
(da una lettera del 1861 di Camillo Benso, conte di Cavour, primo presidente del consiglio dei ministri del Regno d'Italia).
La nostra stella polare, o signori, è di fare che la città eterna sovra la quale venticinque secoli accumularono ogni genere di gloria diventi la splendida capitale del Regno italico.
(da un discorso dell’11 ottobre 1860)
Camillo Benso, conte di Cavour.

14 marzo 1861: la proclamazione del Regno d'Italia a Torino.