“Si tende a ridurre la questione giovanile a un problema di eccellenze non riconosciute, di cervelli in fuga... Si dimentica la fatica e la frustrazione dei non eccellenti - osserva Serra - “...chi vorrebbe lavorare e campare con uguale dignità... una vita autonoma”.
E continua: “Si crede e si fa credere che le società funzionino solo per l’abbrivio del talento, per la forza dei migliori, dimenticando che il benessere della società è frutto di un processo corale, collettivo, e la serenità degli individui (anche degli ‘eccellenti’) non è concessa al di fuori di un miglioramento della vita, se non di tutti, di molti”.
Infatti, nell’Italia in cui il riconoscimento del merito è spesso inceppato o umiliato da clientelismo e baronie, “...non è umiliando o dimenticando i secondi, e i terzi, e i quarti, che i primi avranno soddisfazione. Il successo professionale, tra l’altro, non è la sola misura del valore umano. Ce ne sono infiniti altri”.
Bisogna sempre guardare alle persone, suggerisce Serra: “Ho conosciuto qualche ‘eccellente’ odioso e umanamente minimo, e molte persone umili di grande spessore, capaci di dare agli altri qualcosa che non è quantificabile in uno stipendio o titolo di studio”.
Infine, una speranza che suona quasi come un consiglio: “Credo, o spero, che i ragazzi che scendono in piazza sappiano
che la posta in palio non è colo spianare la strada ai più bravi, ma restituire la percezione di un futuro possibile a tutti. Questo è di sinistra, lo è...”.
Angelo Cappellini